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LE DIVERSE FACCE DELLA SOLITUDINE

“Mi sento solo/a”, quante volte sentiamo queste parole e sensazioni dentro noi stessi! Tutti noi conosciamo questo vissuto, è una condizione esistenziale che al tempo stesso accomuna e divide. Prima di parlarne tuttavia, è necessario porsi alcune domande: cos’è la solitudine? Le solitudini sono tutte uguali? Il contesto in cui viviamo influenza la nostra solitudine?

Iniziando dalla prima domanda, tutti potremmo dire di sapere cos’è la solitudine, ognuno la prova o l’ha provata più o meno spesso nella propria vita. Generalmente si dà un valore negativo alla solitudine, essa può essere associata a sofferenza, ansia, paura, depressione, vergogna ecc. Eppure la solitudine non è un vissuto o una condizione necessariamente negativa. Anzi, può essere cercata e può rivelarsi un momento benefico in cui stare con sé stessi, riflettere, entrare in contatto con le proprie emozioni e godere di quella intimità che solo la solitudine permette. Perciò la solitudine ha molti significati, la parola deriva dal latino, è composta da “solus” e “-arius”. Alcune fonti fanno risalire il primo termine a “sollus” che significa “intero”. Il secondo termine invece significa “appartenenza”, quindi solitudine può essere quello stato in cui si appartiene a sé stessi nella propria interezza, ossia indica lo stato di una persona completa. Va da sé che in origine il termine aveva un senso totalmente diverso da quello che ha acquisito oggi per noi. Quindi, per rispondere alla seconda domanda, non dovremmo parlare di solitudine al singolare, ma di “solitudini”. Certamente non possiamo negare che la solitudine spaventa, almeno nell’accezione comune del termine. Infatti oggi sentirsi soli è un vissuto molto lontano da quel senso di interezza che la parola indicava in origine. Possiamo dire che in solitudine si può sperimentare un vuoto il quale è l’opposto dell’interezza. In solitudine sentiamo tutte quelle “voci interne”, quei pensieri, quelle emozioni, quelle preoccupazioni che vorremmo tenere lontane. Solitudine infatti non significa starsene da soli, ma rimanere in compagnia di quelle parti di noi stessi che non vorremmo fossero lì. La solitudine diventa isolamento quando si avverte che non c’è nessuno con cui confrontarsi ed esprime i propri timori e preoccupazioni. Diventa impossibile condividere, non solo il dolore, ma anche gioie, idee e progetti. Tutto ciò significa sperimentare l’assenza di persone con le quali entrare in sintonia, con cui essere liberi di esprimersi senza temere di venire giudicati. L’essere umano ha bisogno di condividere pensieri ed emozioni, di esprimersi e sentirsi parte di una comunità.

La solitudine come senso di interezza si può vivere quando c’è un senso di appartenenza e quando sappiamo che possiamo esprimerci liberamente con l’altro. Ma quando avvertiamo di non avere questa possibilità, quando anche in mezzo agli altri ci sentiamo isolati per l’impossibilità di comunicare, quando sentiamo di dover indossare una maschera per essere accettati, allora perdiamo la nostra spontaneità ed unicità. Dobbiamo omologarci e perdiamo quindi la possibilità di essere interi, come l’etimologia del termine vorrebbe.

Queste considerazioni ci conducono alla terza questione, al contesto e come esso ci influenza nella nostra solitudine. Viviamo in un mondo dove siamo tutti connessi, dove si possono raggiungere enormi distanze in poco tempo, dove le grandi città in cui viviamo ci danno la possibilità di incontrare migliaia di persone ogni giorno. Eppure siamo tutti più soli, nel senso che sentiamo di non poter essere spontanei, e perciò mettiamo delle maschere per confrontarci con altre maschere. Già Luigi Pirandello descriveva questa condizione con la sua celebre frase: “imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Oggi ci sentiamo costretti a fare ciò perché avvertiamo una pressione sempre più forte ad emergere, ad essere preparati, bravi e belli. La società ci spinge ad essere sicuri di noi stessi, estroversi, far parte di gruppi, comunicare efficacemente, avere molti contatti. Una pressione sempre più insostenibile che rafforza le maschere che dobbiamo usare per essere come il mondo ci vuole. Tuttavia, nella nostra intimità sperimentiamo dubbi, incertezze e timori, preoccupati di non riuscire a raggiungere un ideale così alto di “perfezione”, e questo non fa altro che aumentare il divario tra chi siamo e chi “dovremmo essere”. Spesso proviamo vergogna e ci nascondiamo isolandoci sempre di più, oppure al contrario, non ci fermiamo mai, entriamo in contatto con tantissime persone, facciamo mille cose che tuttavia non fanno altro che alienarci ed allontanarci dalla nostra vera essenza, dall’essere chi siamo, dal conoscerci ed apprezzarci con tutte le nostre caratteristiche uniche. La solitudine può essere perciò un’occasione per riprenderci noi stessi, osservarci, contattare le nostre emozioni, tra le quali anche la tristezza, quando è necessario. Dobbiamo rivalutare tutte quelle caratteristiche che la società condanna ma che sono essenzialmente parte della natura umana: la timidezza, l’introversione, la riservatezza, la lentezza e la solitudine. Solo entrando in un contatto profondo con sé stessi attraverso la solitudine è possibile osservarsi, comprendersi, e perciò togliere quella maschera che spesso è diventata parte di noi stessi tanto da non permetterci di riconoscerci. Solo in questo modo, è possibile entrare davvero in contatto con l’altro in maniera autentica e genuina. Per essere “interi” bisogna scegliere la solitudine invece di essere passivamente scelti da essa.

Dott.ssa Valentina Cafaro

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