covid-19, Psicologia

La solitudine come sale della vita al tempo del Covid-19

macro photography of crystal salt
Photo by Castorly Stock on Pexels.com

È passato molto tempo dal mio primo articolo sulla solitudine e molte cose sono cambiate: oggi questa solitudine, per molte persone, non è una scelta. Oggi la solitudine è un obbligo per tutti coloro che non hanno una famiglia di cui prendersi cura e con la quale curarsi nei momenti più difficili. Sicuramente anche la convivenza forzata all’interno delle proprie abitazioni presenta molte difficoltà, ma in questo articolo voglio concentrarmi su coloro che normalmente vivono la propria vita sociale all’esterno della propria casa e che quindi ora se ne trovano completamente sprovvisti.

Questo periodo di isolamento e sacrifici, che siamo tutti tenuti a fare per il bene comune, porta inevitabilmente a fermarsi, a guardarsi dentro, a sentire emozioni dimenticate o da molto tempo fuggite. Porta spesso a ricordare momenti importanti; il passato ha ora la possibilità di tornare scuotendo il nostro corpo attraverso la percezione di sensazioni intense associate a ricordi lontani. Il cuore può tornare a farsi sentire, il corpo a tremare, il petto a sussultare, lo stomaco a contorcersi, gli occhi ad inumidirsi. Proprio attraverso il corpo possiamo rivivere un passato che abbiamo nascosto, come polvere, sotto il tappeto.

Basta una notizia, una delle tante che in questi giorni entrano prepotentemente nelle nostre case, a farci tornare in contatto con la nostra vulnerabilità, con la nostra umanità e con le nostre ferite. Basta un’immagine vista in TV, come tutte quelle immagini potentissime di ospedali, malati, carri militari che trasportano le vittime di questa pandemia, a riportarci immediatamente alla nostra natura mortale e a ricordarci che siamo fatti di carne e sangue. Lo siamo noi, così come lo sono i nostri cari, i quali per molti ora possono essere solo una voce ascoltata attraverso il telefono o un’immagine a due dimensioni in una video-chiamata.

I corpi sono lontani; eppure le immagini che entrano nelle nostre case o che provengono da noi stessi, e che rievocano esperienze di lontananza nel tempo e nello spazio, ci fanno entrare in contatto col nostro stesso corpo, con le nostre sensazioni ed emozioni. L’assenza dei corpi degli altri ci porta ad una presenza più intensa di noi stessi nel qui ed ora. In questo presente si insinuano anche i ricordi dei momenti nei quali ci siamo sentiti vivi attraverso le emozioni esperite nel corpo: gioie e dolori vengono rievocati attraverso vecchie fotografie o la voce di persone che non sentiamo da molto tempo. Sensazioni ed emozioni ci ricordano che siamo esseri umani, che la nostra natura è vulnerabile ma anche ricca di forza vitale. E allora, alzare il tappeto e osservare quella polvere, toccare la cenere rimasta di quelle fiamme che un tempo ardevano intensamente, è un’occasione preziosa in questi momenti di solitudine. Ricordare, con la sua etimologia latina (Re: indietro, e Cor: cuore) ci porta a richiamare nel nostro cuore esperienze passate e a riviverle emozionandoci. Piccoli gesti come pulire e riordinare la casa ci fanno scoprire vecchi oggetti, ognuno dei quali ha una storia legata alla persona che siamo oggi. Possiamo cucinare riscoprendo vecchie ricette che appartenevano a mamme o nonne, e così tornare con il cuore a momenti pregni di calore e affetto. Guardare vecchie foto che ci fanno tornare in compagnia di persone che ora non sono più nella nostra vita ma che hanno contribuito a farci diventare chi siamo oggi. Rivivere momenti di gioia e di dolore con il cuore può conferire al passato un nuovo sapore, un nuovo valore. Abbiamo la possibilità di rinarrare le esperienze alla luce di quello che oggi ci possono far riscoprire di noi stessi.

Questa intimità con sé stessi costituirà le fondamenta su cui ciascuno potrà costruire il proprio futuro e la persona che sarà quando il tempo tornerà a scorrere più velocemente, quando ognuno sarà chiamato a riposizionare i mattoni della sua nuova vita.

I ricordi tuttavia non sono tutti felici ed è per questo che tendiamo a rimuoverli nascondendoli come polvere sotto il tappeto. Eppure, anche i momenti dolorosi sono importanti, a tal proposito scrive lo psicologo analista James Hillman (2013): “Possiamo immaginare le nostre ferite profonde, non semplicemente come ferite da rimarginare, ma come cave di sale dalle quali ricavare un’esperienza preziosa e senza la quale l’anima non può vivere”. Hillman parla di cave di sale e, a tal proposito, cita Cassiodoro: “All’oro si può rinunciare, al sale no”. Il sale è sempre stato essenziale per la sopravvivenza umana, è un elemento tanto comune quanto prezioso. Ha sempre consentito la conservazione del cibo e quindi la sopravvivenza. Il sale si trova fuori ma anche dentro l’essere umano e, come all’esterno consente la vita del corpo, all’interno consente la vita dell’anima, ossia la vita della psiche. Versiamo lacrime salate attraverso le quali l’essenza personale si esprime nel corpo. Anche Papa Francesco, nella santa messa del 29 marzo ci ricorda il valore delle lacrime: “Penso a tanta gente che piange, gente isolata, gente in quarantena, penso agli anziani, soli, alla gente ricoverata e a quella in terapia, a quei genitori che vedono che non c’è più lo stipendio e non ce la faranno a dare da mangiare ai figli. C’è tanta gente che piange. Anche noi nel nostro cuore accompagniamo questo. Non ci farà male piangere con il pianto del Signore”.

Lacrime salate, lacrime amare, che vengono riconosciute come essenziali sia dal papa, che dalla psicologia spirituale dello psicologo americano James Hillman, hanno il potere di avvicinarci a noi stessi e alla comunità umana intera attraverso l’empatia. Queste lacrime si asciugheranno, così come il dolore che viviamo in questi giorni, e ciò che rimarrà sarà il sale della vita che ci guiderà nella costruzione di esistenze più consapevoli e coerenti con l’essenza vitale di ognuno.

Anche il regista Wim Wenders, nel suo documentario “Il Sale della Terra” (2014) in cui racconta la vita del fotografo Sebastião Salgado,  ci ricorda che, nonostante tutte le tragedie che da sempre costellano l’esistenza umana, come genocidi, migrazioni e sfruttamento, la gente rimane il sale della terra, e che, attraverso un viaggio dantesco nella profondità della disperazione, si può arrivare alla rinascita, alla genesi come riavvicinamento alla natura del nostro pianeta e di noi stessi.

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