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covid-19, disagio psicologico, Psicologia

Tollerare l’incertezza per liberare la creatività

Tra le conseguenze del periodo che stiamo vivendo, oltre agli aspetti socio-economici, si parla sempre più spesso degli effetti psicologici della quarantena. Ognuno ha vissuto, e vive tuttora, stati emotivi intensi dovuti all’interruzione delle abitudini di vita che costituivano una stabilità psicologica, sociale ed economica. L’isolamento, la perdita della libertà di movimento, la paura del contagio hanno contribuito all’irruzione di emozioni quali l’incredulità e la negazione iniziali, lo smarrimento, la paura e l’ansia che talvolta si è trasformata in angoscia. Ma anche umore depresso e/o iperattività, difficoltà nel rilassarsi, nel concentrarsi, disturbi del sonno. Di fronte ad un’emergenza sono emerse le reazioni primordiali di difesa che, al cospetto del pericolo, emergono attraverso un’attivazione del sistema nervoso simpatico che ci rende pronti all’attacco o alla fuga. Tuttavia, se prolungate nel tempo, ed in assenza di un pericolo visibile ed affrontabile, quest’attivazione diventa nociva in quanto sottopone l’organismo ad uno stress continuativo e non utile ai fini dell’adattamento. Tutti questi sintomi hanno caratterizzato il periodo di quarantena forzata e ancora oggi, con l’iniziale recupero delle libertà, spesso non ci abbandonano. Talvolta diventano addirittura più intensi in quanto ci troviamo di fronte ad un mondo totalmente nuovo rispetto a quello che abbiamo salutato quando abbiamo dovuto chiuderci ad esso.

Nelle fasi più critiche dell’emergenza, l’attenzione è rivolta verso un nemico comune, in questo caso il Coronavirus. Sconfiggere il nemico è diventato lo scopo che ha riempito le vite di tutti, e che ha reso accettabile il periodo di quarantena. E’ servito, in quel momento, ad allontanarci dall’incertezza e dal nemico interno. Al tempo della vita precedente al Covid-19, spesso questo nemico interno, costituito da particolari fragilità, tematiche personali e relazionali e schemi ricorrenti, che ognuno può individuare nella propria vita come fonti di sofferenza, erano spesso tenuti a bada da equilibri costruiti sulla base di forme di controllo più o meno funzionali. Tale strategie però ora non tengono più, bisogna crearne di nuove. Mentre è relativamente semplice trovare soluzioni o seguire istruzioni per debellare un nemico esterno, è più difficile creare un nuovo assetto interno, soprattutto quando tutti i punti di riferimento e la routine che un tempo dava sicurezza, non ci sono più. Allora bisogna imparare a tollerare l’incertezza e la mancanza di controllo; saper rimanere nel dubbio, accettare umilmente di non conoscere cosa accadrà, accettare gli imprevisti, consente di aprirsi alla creatività e costruire una nuova strada diretta verso nuovi obiettivi. Questa è una strada che va costruita passo dopo passo, mattone dopo mattone. Siamo costretti a navigare a vista e, mai come ora, è necessario essere in contatto con bisogni e desideri profondi per creare una nuova stabilità, una stabilità che sia basata su necessità autentiche di cui spesso ci siamo dimenticati quando il nostro sguardo rimaneva fisso su biettivi, spesso fittizi, derivati dalla ricerca di un equilibrio statico e rassicurante, ma che spesso non rendeva giustizia all’unicità ed alla realizzazione profonda di ognuno. Ora che non ci sono rassicurazioni dettate da routine prestabilite, abbiamo la possibilità di creare, passo dopo passo, una nuova storia personale e collettiva.

Tollerare l’incertezza, l’ambiguità che stiamo vivendo è un’abilità che permette di conservare una visione aperta su se stessi e sul mondo. Tuttavia, l’incertezza è qualcosa che la nostra cultura, specialmente negli ultimi secoli, ha profondamente avversato. Siamo immersi in una civiltà che, sia a livello collettivo che a livello individuale, tende al controllo ed alla minimizzazione dell’incertezza. Il fine del progresso scientifico è proprio quello di diminuire l’effetto del caso controllando più variabili possibili. Ci affidiamo alla tecnologia per fare previsioni e trovare certezze rispetto alle possibili conseguenze di azioni e comportamenti. Abbiamo sviluppato teorie economiche che prevedono l’andamento dei mercati. Per cui tollerare dubbi, incertezze, accettare di non sapere cause e conseguenze di ciò che sta accadendo è un atto estremamente difficile e controcorrente; eppure tale posizione ci offre la possibilità di ascoltare ed essere testimoni di ciò che accade attorno e dentro di noi senza dover, a tutti i costi, trovare un nemico contro cui combattere. La ricerca di un nemico con funzioni di capro espiatorio serve ad attribuire la responsabilità di ciò che sta accadendo, e che non possiamo controllare, a qualcun’altro. Ciò permette di allontanarsi dalla intollerabile sensazione di impotenza. A livello collettivo la responsabilità può essere attribuita ai governi o ai presunti untori, nascono così molte teorie cospirazioniste. Non sto mettendo in discussione la verità di una teoria piuttosto che di un’altra, ma parlo del meccanismo sottostante che spinge a trovare qualcuno o qualcosa cui attribuire la responsabilità di ciò che non possiamo controllare; questo ha una funzione rassicurante. Lo stesso accade a livello personale quando attribuiamo all’altro, a ciò che è esterno a noi, la responsabilità della nostra sofferenza. Ciò ci impedisce di assumere la responsabilità delle scelte della propria vita. Invece, accettare di non avere certezze, perché non possiamo sapere ciò che sta accadendo e cosa succederà, permette di trovare nuovi e più funzionali modi di vivere, sia a livello sociale che personale. L’incertezza riguarda la scienza, la tecnologia, la medicina, la politica, l’economia, insomma l’incertezza riguarda la vita. L’assenza di certezze riguarda ad esempio anche i numeri dei contagi i quali non possono essere mai completamente attendibili, a causa dall’esistenza delle persone asintomatiche. La possibilità di errore non può essere mai totalmente eliminata dal progresso.

Tollerare l’incertezza a livello personale, interno ed emotivo permette di ascoltare ed essere testimoni di ciò che accade dentro di noi per essere aperti alla costruzione di un’esistenza più coerente con i probi bisogni, talenti, inclinazioni personali e necessità. Significa tornare ad ascoltare una voce interna che, probabilmente la costante ricerca di controllo e sicurezza avevano sopraffatto, non permettendole di esprimersi. Tuttavia, in questo momento di riapertura e riconquista delle libertà, l’incertezza e l’assenza di punti di riferimento, possono portare a provare emozioni spiacevoli quali paura, ansia e depressione. L’incertezza sociale ed economica, la perdita in molti casi della stabilità affettiva e lavorativa, tendono ad esacerbare ed amplificare condizioni e difficoltà preesistenti l’epidemia da Covid-19. Tollerare l’incertezza non è un fine semplice da raggiungere ma è estremamente efficace per affrontare creativamente le difficoltà emotive, affettive e relazionali che ciclicamente riemergono nella vita di ognuno, chiedendoci di essere viste ed attraversate, per permetterci di vivere una vita completa ed autentica.

Ognuno è chiamato a trovare un senso personale alla sospensione che sta vivendo nel mondo. Allo stesso tempo, il mondo è chiamato a trovare un senso collettivo al fallimento del proprio controllo sulla natura. La pandemia e le sue conseguenze, come l’interruzione di una “normalità” prima data per scontata, l’interruzione di qualsiasi attività sociale, il distanziamento e l’isolamento, richiede che un nuovo ordine personale, sociale e mondiale venga stabilito, in maniera consapevole, tenendo conto di obiettivi prioritari nella vita personale ed in quella collettiva. Il Coronavirus ci ha dimostrato che è possibile perseguire finalità comuni quando ci sono valori condivisi. In questo periodo di passaggio tra un “vecchio” ed un “nuovo ordine”, siamo chiamati a riflettere su noi stessi, ad ascoltarci, a fare scelte consapevoli e difficili assumendoci la responsabilità della nostra vita. Un tempo che richiama ai riti di passaggio, ormai sempre più desueti, ma fondamentali a livello culturale per consentire l’elaborazione e l’impegno verso un nuovo stadio della vita. Si trovano ad esempio nella transizione dall’infanzia alla vita adulta, dalla vita da single alla vita di coppia ed a quella familiare, dallo studio alla vita lavorativa. Oggi questo passaggio, dovuto al Coronavirus, ci chiede di elevarci ad una vita autentica, rispettosa di noi stessi e degli altri, del microcosmo che ci rappresenta e del macrocosmo di cui facciamo parte.

covid-19, Psicologia, psicosomatica

La necessità del sintomo

Ogni sintomo è un messaggio di noi stessi in quanto corpo animato e vitale e, come tale, ha un suo significato, necessario ed essenziale, che va ascoltato e seguito nel percorso che esso indica. Questa visione è condivisa sia dalla medicina psicosomatica che dalla psicoterapia. Per comprendere il messaggio del sintomo ci dobbiamo allontanare da una visione medica dissociativa dell’essere umano, la quale tratta la patologia ed il sintomo, e non l’essere umano nella sua totalità; essa prende le mosse dalla concezione cartesiana della scissione tra mente, o realtà psichica, “Res cogitans” e corpo, o realtà materiale, “Res extensa“. Per comprendere la funzione del sintomo dobbiamo tornare alla visione unitaria dell’essere umano, ma non solo dell’essere umano come individuo, dobbiamo tornare ad una visione olistica dell’uomo in relazione con l’altro, con l’ambiente, con l’universo. Le recenti scoperte della meccanica quantistica ci costringono ad allontanarci da una visione antropocentrica per riscoprire l’essenziale legame tra soggetto osservatore ed oggetto osservato e, andando oltre, dobbiamo chiederci chi davvero sia il soggetto e chi l’oggetto. Perché anche elevarsi a rango di soggetto che osserva un mondo che chiamiamo oggetto, evidenzia la visione antropocentrica rispetto al mondo circostante, ed egocentrica rispetto all’altro, sia esso essere umano, animale, vegetale o materia così detta “inanimata”. Occorre recuperare uno sguardo dimenticato, seppur sempre presente dentro di noi, che consenta di cogliere la relazione tra tutto l’esistente. Solo così è possibile recuperare il sintomo come portatore di un messaggio, come elemento da ascoltare più che come disturbo da eliminare. In ambito psicopatologico il sintomo va ascoltato, va interrogato perché esso è il portatore della saggezza del Sé, il quale denuncia, nell’esistenza di ciascuno, che qualcosa deve essere cambiato, che vanno fatte delle scelte; la propria essenza va ascoltata per tornare a vivere in armonia con essa. Il sintomo, come il dolore, è un campanello d’allarme, funzionale per potersi allontanare o per imparare ad interagire in maniera adattiva in ambienti e/o in relazioni distruttive. Allora ecco che l’ansia, la depressione, gli attacchi di panico, i pensieri intrusivi ecc. ci dicono che qualcosa, nella propria esistenza, non è più funzionale al compimento dell’esistenza unica e irripetibile di se stessi. Ecco che un mal di stomaco può significare che siamo immersi in situazioni o relazioni che non sono “digeribili”, una tensione sulle spalle ci indica che stiamo portando un peso troppo grande che dobbiamo rendere più leggero, un cefalea ricorrente ci dice che probabilmente è necessario “svuotare” la testa da pensieri e situazioni troppo invadenti.

In questa ottica olistica che include l’essere umano, il mondo e l’universo intero, dobbiamo interrogarci sul senso dell’irruzione del Coronavirus e dei suoi sintomi espressi attraverso la patologia che produce, moltiplicandosi nel nostro corpo, il Covid19. A livello globale stiamo assistendo ad un blocco delle attività, ad un periodo di stasi obbligata che ha consentito la riduzione dello sfruttamento ambientale, dell’inquinamento, del buco dell’ozono. Natura che riprende i propri spazi troppe volte occupati in maniera parassitaria dallo sfruttamento umano. Il Covid19 impedisce alle persone di respirare e allo stesso tempo permette al pianeta di ricominciare a farlo. Permette all’aria di depurarsi, perché essa torni ad essere preziosa e pura per le creature viventi. Ci ricorda che non siamo onnipotenti, che viviamo nell’illusione di poter controllare le nostre vite, il nostro ambiente, persino la morte. Morte di cui non si parla più, se non adesso, che le vittime di questa pandemia sono visibili a tutti. Eppure la morte, la finitezza umana, il limite cui siamo sottoposti dalla natura, l’incertezza della vita è sempre stata presente. Anche il lutto è stato classificato come una patologia dalla necessità sempre più controllante di una visione psicopatologica che vuole classificare e categorizzare il dolore e la perdita.

Questa pandemia ci costringe a chiederci cosa stiamo perdendo attraverso il controllo e la pianificazione ossessiva delle nostre vite. Non stiamo forse perdendo la nostra capacità di adattarci, di relazionarci, di tollerare l’incertezza, di vivere pienamente la nostra umanità? Stiamo perdendo la capacità umana di immaginare. Non potremo tornare alle nostre vite di prima, dobbiamo accettare che è nella nostra natura essere vulnerabili, mortali. Dobbiamo trovare nuove modalità di relazionarci con il mondo, modalità che non siano più un rapporto tra soggetto e oggetto, ma tra soggetto e soggetto; dobbiamo ascoltare, sentire i messaggi che arrivano dalla nostra essenza e dall’essenza del mondo. Inventare, creare, immaginare nuovi modi di vivere, non più confinati nel recinto di ciò che conosciamo, di ciò che tocchiamo. Dobbiamo ritrovare il piacere della scoperta, dell’incertezza, della creatività nel rispetto etico dei nostri limiti. Se vogliamo respirare dobbiamo permettere al mondo intero di farlo. Il respiro è vita, è relazione tra il dentro e il fuori; attraverso l’aria che entra ed esce entriamo in contatto con il mondo. Abbiamo bisogno del mondo per respirare e per vivere, da esso prendiamo energia, forza vitale. Allora forse il Covid19 ci sta dicendo che dobbiamo tornare a rispettare un’elemento invisibile ed intangibile ma essenziale per la nostra esistenza. Ci dice che il materialismo, il consumismo, il cieco sfruttamento ci stanno facendo perdere il contatto con tutto l’essenziale che, come l’aria, non possiamo vedere ma solo sentire. Adesso l’invisibile, come il Coronavirus, sta facendo sentire i suoi effetti come mai prima nelle vite di tutti noi. La natura sta urlando per farsi sentire attraverso un virus invisibile all’occhio umano. E allora, così come i sintomi individuali ci permettono di entrare in contatto, se li ascoltiamo invece di volerli solamente silenziare, con la nostra essenza vitale, questo sintomo collettivo ci costringe a fermarci, ed interrogarci sul senso di ciò che sta accadendo all’uomo in rapporto con il mondo. Dobbiamo recuperare il respiro collettivo, il soffio vitale che anima il mondo per non distruggerci, per non distruggere l’ambiente che ci dona la vita. Siamo tutti chiamati ad immaginare e trovare creativamente modalità nuove di condurre una vita, eticamente fondata, in armonia ed equilibrio con la soggettività della natura interna ed esterna a noi stessi.

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#AndràTuttoBene: Il Messaggio dell’Arcobaleno

In questo tempo di quarantena vediamo arcobaleni fiorire alle finestre ed ai balconi, attraverso i nostri spostamenti concreti e virtuali. “Andrà Tutto Bene”: le parole che accompagnano l’arco dai sette colori, sono lì a sottolineare, quasi forzatamente, il messaggio veicolato dall’immagine.

Prima di parlare dell’arcobaleno, vorrei spendere una riflessione proprio su questa frase: “Andrà Tutto Bene”. Una rassicurazione che potrebbe essere tipicamente paterna, la quale spinge il bambino ad osare, ad uscire da un’altro tipo di sicurezza, quella di un rapporto simbiotico dato dall’eccessiva protezione materna. E’ la funzione paterna che apre la strada al cammino nel mondo, con tutti i rischi, i pericoli e le insidie che in esso si trovano e che inevitabilmente, ognuno incontrerà. “Andrà Tutto Bene” rappresenta allora quel ponte che segna la strada verso l’esperienza nel mondo, con la consapevolezza che ci saranno ostacoli e difficoltà, esperienze dolorose, che tuttavia potranno essere affrontate solo se sarà sempre presente la speranza e la fiducia che il messaggio paterno trasmette.

E l’arcobaleno? anch’esso è un ponte, simbolo di alleanza con il paterno. Nella bibbia, e precisamente nella Genesi, l’arcobaleno è il simbolo dell’alleanza tra Dio e ed ogni essere vivente. Esso segna la fine del diluvio e la promessa divina che le acque non distruggeranno più la carne dell’uomo. L’arcobaleno indica la fine della collera punitiva del Padre e la sua presenza come alleato dell’uomo. E’ un padre che, attraverso questo patto, resta accanto ai suoi figli nel dolore e nel patimento e, allo stesso tempo, dona speranza e forza, con la promessa della resurrezione. L’arcobaleno che si affaccia alle finestre ed ai balconi, che compare sui portoni, spicca tra strade desolate e serrande abbassate, ricorda che dopo il diluvio, tornerà il sole ad affacciarsi tra le nuvole; ma per farlo ha bisogno che l’aria resti umida, per non dimenticare il sacrificio. Non ci può essere resurrezione senza la memoria della passione.

Spostandoci verso il mondo politeistico della Grecia antica, l’arcobaleno appare personificato nella dea Iris (Iride) che in greco significa appunto Arcobaleno. Iris è la messaggera degli dei, ella è il collegamento tra le divinità dell’olimpo e gli uomini sulla terra. Iris porta i suoi messaggi dal divino all’umano fino a spingersi anche nel mondo sotterraneo di Ade. Veloce, con le sue grandi ali, collega quindi i mondi, dal più alto al più basso. E’ la possibilità offerta alla psiche di contattare, sia gli aspetti più elevati ed eterei, che quelli terreni, fino a quelli più bui delle proprie ombre. L’Arcobaleno, la scia colorata di Iris, rappresenta per noi l’apertura ai messaggi dal nostro mondo interno più profondo e dal mondo che ci circonda. E’ attraverso uno sguardo aperto che possiamo vedere tutta la gamma dei colori che regnano internamente ed esternamente fino a fondersi in molteplici sfumature. Vedendo attraverso e per mezzo dell’arcobaleno, accompagnati da Iris, possiamo cogliere i molteplici messaggi che vengono dalle divinità interiori, ossia dalla nostra essenza, composta da diverse tonalità ed intensità. Dai colori più freddi a quelli più caldi che, solo se colti nel loro insieme, appaiono come una composizione esteticamente equilibrata. Abbiamo i toni freddi del blu e dell’azzurro che ci invitano ad esplorare la profondità del mare e l’immensità del cielo. Sono i colori della riflessione, della tristezza, della nostalgia, ma anche della meditazione, della profondità e della capacità immaginativa. Al polo opposto, troviamo le tonalità calde e luminose del giallo, dell’arancione e del rosso. Esse rimandano alla solarità, all’energia, al fuoco. Sono i colori dell’energia, della luce, della passione, dell’amore, ma anche della rabbia, dell’aggressività, dell’impulsività. L’arcobaleno ci ricorda che, per entrare in contatto con l’essenziale, con le divinità interne, dobbiamo affidarci al messaggero, all’angelo (dal greco angelos: messaggero) e possiamo farlo attraverso le diverse tonalità delle nostre emozioni che, se ascoltate, ci mettono in contatto con i nostri bisogni essenziali, quelli che solo con gli occhi meravigliati e privi di pregiudizio del bambino, possiamo riconoscere. Conoscere i colori interni ci permette anche di vedere l’intera gamma dei colori del mondo, delle possibilità che una mente, incapsulata da routine e preconcetti, da uno sguardo in bianco e nero, non può guardare.

L’arcobaleno quindi non è solo rassicurante, ci dice che vivere l’intera gamma di colori ed emozioni, implica un rischio, implica abbandonare certezze ed illusioni, sollevare il velo di Maya che ricopre il mondo. Aprirsi all’arcobaleno implica accogliere la tristezza, il dolore, la propria aggressività, così come l’energia, l’amore e la creatività. Tutto ciò permette di abbandonare obiettivi non più consoni alla propria esistenza, e ciò implica un processo luttuoso, una perdita, per intraprendere strade nuove che i colori permettono di immaginare. Significa aprirsi ai messaggi dell’immaginazione e dei sogni, i quali sono il veicolo di cui la nostra psiche si serve per comunicare con noi. Il pittore francese Pierre-Narcisse Guèrin rappresenta egregiamente proprio questo collegamento tra la nostra messaggera ed i sogni: nella raffigurazione di Iris e Morfeo, infatti osserviamo l’avvicinamento di Iris a Morfeo, dio dei sogni, il quale assume le diverse forme oniriche che gli permettono di veicolare il messaggio che Iris deve recapitare da parte degli dei.

Iris e Morfeo (1811)

Arcobaleno è il collegamento con ciò che c’è di sacro dentro ognuno di noi, ma per cogliere questa sacralità è necessario ascoltare i messaggi emozionali che non sono altro che il medium che collega il mondo interno con quello esterno. Sebbene il bianco e nero possa apparire rassicurante, solo con gli occhi senza preconcetti del bambino possiamo affrontare i rischi di un mondo a colori.

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Elaborare la perdita e ritrovarsi al tempo del Covid-19

Quali meccanismi psicologici entrano in gioco nei rapidi mutamenti che stiamo vivendo nell’epoca del Covid-19? Inevitabilmente ognuno sta sperimentando un cambiamento radicale nella propria vita; coloro che si recavano sul posto di lavoro ogni giorno ora sono costretti a stare a casa e adattarsi allo smart working, mentre altri hanno dovuto rinunciare completamente alla propria attività. Sul piano personale, tutti abbiamo rinunciato a quelle attività che svolgevamo fuori casa: la partita di calcetto, l’aperitivo con gli amici, la giornata di shopping, le attività sportive in palestre, piscine ecc. Tuttavia, mentre la maggior parte delle persone deve stare in casa, altri sono chiamati a lavorare con una responsabilità a volte schiacciante. Sono coloro che svolgono funzioni essenziali per tutta la comunità in questo periodo di emergenza, pensiamo al personale sanitario, ma anche a coloro che ci assicurano la disponibilità di beni primari ed alle forze dell’ordine che proteggono la nostra sicurezza.

I mass media ci ricordano in ogni momento ciò che sta accadendo nelle nostre città, nel nostro paese e nel mondo intero. Stiamo tutti sperimentando, per la prima volta, un’emergenza globale. Pertanto, è naturale vivere un senso di disorientamento; i punti di riferimento che ognuno aveva nella propria vita, quelli che scandivano lo spazio ed il tempo personale e sociale sono venuti a mancare. Ed ecco che nascono le metafore che ci aiutano a rendere questa pandemia più familiare, si paragona il Covid-19 e le sue conseguenze alla guerra: i medici e tutto il personale sanitario sono i soldati in prima linea che combattono il virus, gli ospedali sono diventate trincee e chi non ce la fa a sopravvivere all’infezione è ormai vittima di guerra. Allo stesso tempo assistiamo ad una ridicolizzazione di questa metafora: i social media ci ricordano che “ai nostri nonni veniva chiesto di andare al fronte, mentre a noi ci chiedono di starcene comodi sul divano”. Due reazioni opposte che non rendono giustizia della situazione attuale. Da un lato, la metafora della guerra sottolinea la mancanza di libertà, la sensazione di impotenza, il crescente numero di vittime e le difficoltà economiche che molti vivono. Tuttavia, come sottolineano le molte reazioni come quella citata, la guerra è un’altra cosa, anche se non dobbiamo sottovalutare gli effetti dello “starcene sul divano di casa”.

Eppure, la metafora della guerra rassicura, ci permette di paragonare qualcosa di totalmente sconosciuto come questa pandemia, ad un evento che, seppur catastrofico, conosciamo meglio. La familiarità con un evento o con una esperienza, è rassicurante per quanto terribile essa possa essere. Identificare un nemico è molto importante perché sappiamo con chi prendercela, verso chi direzionare la rabbia che nasce quando ci sentiamo impotenti. In una guerra il nemico è ben definito; è colui che non appartiene alla nostra nazione, alla nostra etnia, alla nostra religione, al nostro gruppo. La rabbia, che nasce dalla perdita della libertà e del senso di controllo sulle nostre vite, viene diretta verso un nemico ben identificato. La più grande differenza qui è che il nemico non può essere identificato, non una persona, non un gruppo di persone, e non una nazione nemica. È un virus, e per quante immagini possano rappresentarlo, esso è una sostanza microscopica che non possiamo vedere, non possiamo toccare. Un virus sta causando ad ognuno di noi una perdita, la grandezza della quale dipende dalla distanza che ci separa da esso: chi ne viene in contatto diretto perde la salute, l’autonomia, in alcuni casi la vita; ad altri porta via le persone care, e a molti la propria routine di vita, il lavoro, le certezze, parte della propria libertà di scelta.

In ogni caso il Covid-19 determina una perdita, ed una perdita costituisce sempre un lutto al quale segue un processo di elaborazione e di adattamento. La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross (1969) descrive dettagliatamente le fasi del processo di elaborazione del lutto: (1) La prima reazione di fronte alla privazione della salute, di una persona cara, ma anche della propria routine o libertà, è lo shock, l’incredulità e la negazione di ciò che sta accadendo; (2) poi arriva inevitabilmente la rabbia; (3) cui segue una fase di patteggiamento nella quale si fanno i conti con ciò a cui si rinuncia e ciò che invece si mantiene o si guadagna dell’esperienza di perdita; (4) dopodiché arriva la fase della depressione in cui c’è la consapevolezza di ciò che è stato perduto; (5) infine arriva l’accettazione nella quale “si lascia andare” ciò che si è perduto.

Ognuno vive queste fasi in modo unico, esse possono seguire un ordine diverso, alternarsi e tornare, prima di arrivare alla completa elaborazione. Possiamo riconoscere questo processo a livello personale e sociale rispetto alle perdite vissute all’epoca della pandemia da Covid-19. Infatti, riconosciamo la negazione di quanti inizialmente hanno sottovalutato le conseguenze del virus: ognuno di noi ha detto, oppure ha sentito qualcuno dire: “è solo un influenza”. Credo che questa frase esprima benissimo la negazione e l’incredulità iniziali. Poi è arrivata la rabbia per aver dovuto fare delle rinunce. La perdita è stata determinata da un’entità indefinita, un virus. Ma come si fa a prendersela con un virus intangibile? E allora assistiamo alla creazione di capri espiatori: le persone “che vanno in giro”, i runner, coloro che presumibilmente avrebbero creato questo virus in laboratorio. Chiunque venga individuato come un “untore” o, come il responsabile delle proprie perdite economiche, diventa l’oggetto verso il quale dirigere la propria rabbia. E dopo la rabbia, ha inizio il processo del patteggiamento: riconosciamo ciò che abbiamo perduto e riusciamo a sopportarne la mancanza spostando lo sguardo su ciò che invece abbiamo conservato che, osservato con occhi diversi, acquista molto più valore. Ma non solo, lo sguardo può posarsi su ciò che abbiamo trovato o ritrovato come conseguenza della perdita. Ci si accorge che il tempo non occupato dalle nostre solite abitudini è un tempo recuperato per dedicarsi a sé stessi, a vecchie passioni abbandonate o a nuove scoperte di abilità, creatività, spazi immaginari che ora, grazie al “vuoto”, possono emergere e trovare il loro posto. Un tempo per dedicarsi alle persone care, vicine se vivono con noi, o lontane se possiamo raggiungerle con una telefonata, un messaggio o una video-chiamata. Non dobbiamo però dimenticare che, oltre al patteggiamento, c’è la fase della depressione: il cattivo umore può sorprenderci in qualsiasi momento, si percepisce chiaramente l’assenza di ciò che, prima del Covid-19, riempiva le vite di ciascuno: lavoro, abitudini, contatto con persone care, familiari ed amici, risorse economiche e libertà. La tristezza ed il dolore per ciò che abbiamo perso nella nostra vita fanno parte del processo e ci preparano all’ultima fase, quella dell’accettazione. Durante il periodo dell’accettazione ritroviamo l’intimità con noi stessi; questa intimità ci permette di lasciare andare, con consapevolezza, ciò che abbiamo perduto. Ci permette anche di comunicare con chi abbiamo vicino in un modo più genuino ed intimo. Ad ogni perdita, segue un processo di elaborazione doloroso che ci prepara ad una rinascita. Accettare il cambiamento consente di ritrovarsi in modi e forme nuove che vanno sperimentate con sé stessi e con gli altri. Ora abbiamo la possibilità di sperimentare gli aspetti di noi stessi che stanno nascendo nella nostra intimità, nella nostra “casa” interiore. Arriverà il momento di portare questa “casa” interiore all’esterno, sperimentando così un nuovo modo di entrare il contatto con gli altri e con il mondo attorno a noi.

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La solitudine come sale della vita al tempo del Covid-19

macro photography of crystal salt
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È passato molto tempo dal mio primo articolo sulla solitudine e molte cose sono cambiate: oggi questa solitudine, per molte persone, non è una scelta. Oggi la solitudine è un obbligo per tutti coloro che non hanno una famiglia di cui prendersi cura e con la quale curarsi nei momenti più difficili. Sicuramente anche la convivenza forzata all’interno delle proprie abitazioni presenta molte difficoltà, ma in questo articolo voglio concentrarmi su coloro che normalmente vivono la propria vita sociale all’esterno della propria casa e che quindi ora se ne trovano completamente sprovvisti.

Questo periodo di isolamento e sacrifici, che siamo tutti tenuti a fare per il bene comune, porta inevitabilmente a fermarsi, a guardarsi dentro, a sentire emozioni dimenticate o da molto tempo fuggite. Porta spesso a ricordare momenti importanti; il passato ha ora la possibilità di tornare scuotendo il nostro corpo attraverso la percezione di sensazioni intense associate a ricordi lontani. Il cuore può tornare a farsi sentire, il corpo a tremare, il petto a sussultare, lo stomaco a contorcersi, gli occhi ad inumidirsi. Proprio attraverso il corpo possiamo rivivere un passato che abbiamo nascosto, come polvere, sotto il tappeto.

Basta una notizia, una delle tante che in questi giorni entrano prepotentemente nelle nostre case, a farci tornare in contatto con la nostra vulnerabilità, con la nostra umanità e con le nostre ferite. Basta un’immagine vista in TV, come tutte quelle immagini potentissime di ospedali, malati, carri militari che trasportano le vittime di questa pandemia, a riportarci immediatamente alla nostra natura mortale e a ricordarci che siamo fatti di carne e sangue. Lo siamo noi, così come lo sono i nostri cari, i quali per molti ora possono essere solo una voce ascoltata attraverso il telefono o un’immagine a due dimensioni in una video-chiamata.

I corpi sono lontani; eppure le immagini che entrano nelle nostre case o che provengono da noi stessi, e che rievocano esperienze di lontananza nel tempo e nello spazio, ci fanno entrare in contatto col nostro stesso corpo, con le nostre sensazioni ed emozioni. L’assenza dei corpi degli altri ci porta ad una presenza più intensa di noi stessi nel qui ed ora. In questo presente si insinuano anche i ricordi dei momenti nei quali ci siamo sentiti vivi attraverso le emozioni esperite nel corpo: gioie e dolori vengono rievocati attraverso vecchie fotografie o la voce di persone che non sentiamo da molto tempo. Sensazioni ed emozioni ci ricordano che siamo esseri umani, che la nostra natura è vulnerabile ma anche ricca di forza vitale. E allora, alzare il tappeto e osservare quella polvere, toccare la cenere rimasta di quelle fiamme che un tempo ardevano intensamente, è un’occasione preziosa in questi momenti di solitudine. Ricordare, con la sua etimologia latina (Re: indietro, e Cor: cuore) ci porta a richiamare nel nostro cuore esperienze passate e a riviverle emozionandoci. Piccoli gesti come pulire e riordinare la casa ci fanno scoprire vecchi oggetti, ognuno dei quali ha una storia legata alla persona che siamo oggi. Possiamo cucinare riscoprendo vecchie ricette che appartenevano a mamme o nonne, e così tornare con il cuore a momenti pregni di calore e affetto. Guardare vecchie foto che ci fanno tornare in compagnia di persone che ora non sono più nella nostra vita ma che hanno contribuito a farci diventare chi siamo oggi. Rivivere momenti di gioia e di dolore con il cuore può conferire al passato un nuovo sapore, un nuovo valore. Abbiamo la possibilità di rinarrare le esperienze alla luce di quello che oggi ci possono far riscoprire di noi stessi.

Questa intimità con sé stessi costituirà le fondamenta su cui ciascuno potrà costruire il proprio futuro e la persona che sarà quando il tempo tornerà a scorrere più velocemente, quando ognuno sarà chiamato a riposizionare i mattoni della sua nuova vita.

I ricordi tuttavia non sono tutti felici ed è per questo che tendiamo a rimuoverli nascondendoli come polvere sotto il tappeto. Eppure, anche i momenti dolorosi sono importanti, a tal proposito scrive lo psicologo analista James Hillman (2013): “Possiamo immaginare le nostre ferite profonde, non semplicemente come ferite da rimarginare, ma come cave di sale dalle quali ricavare un’esperienza preziosa e senza la quale l’anima non può vivere”. Hillman parla di cave di sale e, a tal proposito, cita Cassiodoro: “All’oro si può rinunciare, al sale no”. Il sale è sempre stato essenziale per la sopravvivenza umana, è un elemento tanto comune quanto prezioso. Ha sempre consentito la conservazione del cibo e quindi la sopravvivenza. Il sale si trova fuori ma anche dentro l’essere umano e, come all’esterno consente la vita del corpo, all’interno consente la vita dell’anima, ossia la vita della psiche. Versiamo lacrime salate attraverso le quali l’essenza personale si esprime nel corpo. Anche Papa Francesco, nella santa messa del 29 marzo ci ricorda il valore delle lacrime: “Penso a tanta gente che piange, gente isolata, gente in quarantena, penso agli anziani, soli, alla gente ricoverata e a quella in terapia, a quei genitori che vedono che non c’è più lo stipendio e non ce la faranno a dare da mangiare ai figli. C’è tanta gente che piange. Anche noi nel nostro cuore accompagniamo questo. Non ci farà male piangere con il pianto del Signore”.

Lacrime salate, lacrime amare, che vengono riconosciute come essenziali sia dal papa, che dalla psicologia spirituale dello psicologo americano James Hillman, hanno il potere di avvicinarci a noi stessi e alla comunità umana intera attraverso l’empatia. Queste lacrime si asciugheranno, così come il dolore che viviamo in questi giorni, e ciò che rimarrà sarà il sale della vita che ci guiderà nella costruzione di esistenze più consapevoli e coerenti con l’essenza vitale di ognuno.

Anche il regista Wim Wenders, nel suo documentario “Il Sale della Terra” (2014) in cui racconta la vita del fotografo Sebastião Salgado,  ci ricorda che, nonostante tutte le tragedie che da sempre costellano l’esistenza umana, come genocidi, migrazioni e sfruttamento, la gente rimane il sale della terra, e che, attraverso un viaggio dantesco nella profondità della disperazione, si può arrivare alla rinascita, alla genesi come riavvicinamento alla natura del nostro pianeta e di noi stessi.

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LE DIVERSE FACCE DELLA SOLITUDINE

“Mi sento solo/a”, quante volte sentiamo queste parole e sensazioni dentro noi stessi! Tutti noi conosciamo questo vissuto, è una condizione esistenziale che al tempo stesso accomuna e divide. Prima di parlarne tuttavia, è necessario porsi alcune domande: cos’è la solitudine? Le solitudini sono tutte uguali? Il contesto in cui viviamo influenza la nostra solitudine?

Iniziando dalla prima domanda, tutti potremmo dire di sapere cos’è la solitudine, ognuno la prova o l’ha provata più o meno spesso nella propria vita. Generalmente si dà un valore negativo alla solitudine, essa può essere associata a sofferenza, ansia, paura, depressione, vergogna ecc. Eppure la solitudine non è un vissuto o una condizione necessariamente negativa. Anzi, può essere cercata e può rivelarsi un momento benefico in cui stare con sé stessi, riflettere, entrare in contatto con le proprie emozioni e godere di quella intimità che solo la solitudine permette. Perciò la solitudine ha molti significati, la parola deriva dal latino, è composta da “solus” e “-arius”. Alcune fonti fanno risalire il primo termine a “sollus” che significa “intero”. Il secondo termine invece significa “appartenenza”, quindi solitudine può essere quello stato in cui si appartiene a sé stessi nella propria interezza, ossia indica lo stato di una persona completa. Va da sé che in origine il termine aveva un senso totalmente diverso da quello che ha acquisito oggi per noi. Quindi, per rispondere alla seconda domanda, non dovremmo parlare di solitudine al singolare, ma di “solitudini”. Certamente non possiamo negare che la solitudine spaventa, almeno nell’accezione comune del termine. Infatti oggi sentirsi soli è un vissuto molto lontano da quel senso di interezza che la parola indicava in origine. Possiamo dire che in solitudine si può sperimentare un vuoto il quale è l’opposto dell’interezza. In solitudine sentiamo tutte quelle “voci interne”, quei pensieri, quelle emozioni, quelle preoccupazioni che vorremmo tenere lontane. Solitudine infatti non significa starsene da soli, ma rimanere in compagnia di quelle parti di noi stessi che non vorremmo fossero lì. La solitudine diventa isolamento quando si avverte che non c’è nessuno con cui confrontarsi ed esprime i propri timori e preoccupazioni. Diventa impossibile condividere, non solo il dolore, ma anche gioie, idee e progetti. Tutto ciò significa sperimentare l’assenza di persone con le quali entrare in sintonia, con cui essere liberi di esprimersi senza temere di venire giudicati. L’essere umano ha bisogno di condividere pensieri ed emozioni, di esprimersi e sentirsi parte di una comunità.

La solitudine come senso di interezza si può vivere quando c’è un senso di appartenenza e quando sappiamo che possiamo esprimerci liberamente con l’altro. Ma quando avvertiamo di non avere questa possibilità, quando anche in mezzo agli altri ci sentiamo isolati per l’impossibilità di comunicare, quando sentiamo di dover indossare una maschera per essere accettati, allora perdiamo la nostra spontaneità ed unicità. Dobbiamo omologarci e perdiamo quindi la possibilità di essere interi, come l’etimologia del termine vorrebbe.

Queste considerazioni ci conducono alla terza questione, al contesto e come esso ci influenza nella nostra solitudine. Viviamo in un mondo dove siamo tutti connessi, dove si possono raggiungere enormi distanze in poco tempo, dove le grandi città in cui viviamo ci danno la possibilità di incontrare migliaia di persone ogni giorno. Eppure siamo tutti più soli, nel senso che sentiamo di non poter essere spontanei, e perciò mettiamo delle maschere per confrontarci con altre maschere. Già Luigi Pirandello descriveva questa condizione con la sua celebre frase: “imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”. Oggi ci sentiamo costretti a fare ciò perché avvertiamo una pressione sempre più forte ad emergere, ad essere preparati, bravi e belli. La società ci spinge ad essere sicuri di noi stessi, estroversi, far parte di gruppi, comunicare efficacemente, avere molti contatti. Una pressione sempre più insostenibile che rafforza le maschere che dobbiamo usare per essere come il mondo ci vuole. Tuttavia, nella nostra intimità sperimentiamo dubbi, incertezze e timori, preoccupati di non riuscire a raggiungere un ideale così alto di “perfezione”, e questo non fa altro che aumentare il divario tra chi siamo e chi “dovremmo essere”. Spesso proviamo vergogna e ci nascondiamo isolandoci sempre di più, oppure al contrario, non ci fermiamo mai, entriamo in contatto con tantissime persone, facciamo mille cose che tuttavia non fanno altro che alienarci ed allontanarci dalla nostra vera essenza, dall’essere chi siamo, dal conoscerci ed apprezzarci con tutte le nostre caratteristiche uniche. La solitudine può essere perciò un’occasione per riprenderci noi stessi, osservarci, contattare le nostre emozioni, tra le quali anche la tristezza, quando è necessario. Dobbiamo rivalutare tutte quelle caratteristiche che la società condanna ma che sono essenzialmente parte della natura umana: la timidezza, l’introversione, la riservatezza, la lentezza e la solitudine. Solo entrando in un contatto profondo con sé stessi attraverso la solitudine è possibile osservarsi, comprendersi, e perciò togliere quella maschera che spesso è diventata parte di noi stessi tanto da non permetterci di riconoscerci. Solo in questo modo, è possibile entrare davvero in contatto con l’altro in maniera autentica e genuina. Per essere “interi” bisogna scegliere la solitudine invece di essere passivamente scelti da essa.

Dott.ssa Valentina Cafaro