covid-19, Psicologia

Elaborare la perdita e ritrovarsi al tempo del Covid-19

Quali meccanismi psicologici entrano in gioco nei rapidi mutamenti che stiamo vivendo nell’epoca del Covid-19? Inevitabilmente ognuno sta sperimentando un cambiamento radicale nella propria vita; coloro che si recavano sul posto di lavoro ogni giorno ora sono costretti a stare a casa e adattarsi allo smart working, mentre altri hanno dovuto rinunciare completamente alla propria attività. Sul piano personale, tutti abbiamo rinunciato a quelle attività che svolgevamo fuori casa: la partita di calcetto, l’aperitivo con gli amici, la giornata di shopping, le attività sportive in palestre, piscine ecc. Tuttavia, mentre la maggior parte delle persone deve stare in casa, altri sono chiamati a lavorare con una responsabilità a volte schiacciante. Sono coloro che svolgono funzioni essenziali per tutta la comunità in questo periodo di emergenza, pensiamo al personale sanitario, ma anche a coloro che ci assicurano la disponibilità di beni primari ed alle forze dell’ordine che proteggono la nostra sicurezza.

I mass media ci ricordano in ogni momento ciò che sta accadendo nelle nostre città, nel nostro paese e nel mondo intero. Stiamo tutti sperimentando, per la prima volta, un’emergenza globale. Pertanto, è naturale vivere un senso di disorientamento; i punti di riferimento che ognuno aveva nella propria vita, quelli che scandivano lo spazio ed il tempo personale e sociale sono venuti a mancare. Ed ecco che nascono le metafore che ci aiutano a rendere questa pandemia più familiare, si paragona il Covid-19 e le sue conseguenze alla guerra: i medici e tutto il personale sanitario sono i soldati in prima linea che combattono il virus, gli ospedali sono diventate trincee e chi non ce la fa a sopravvivere all’infezione è ormai vittima di guerra. Allo stesso tempo assistiamo ad una ridicolizzazione di questa metafora: i social media ci ricordano che “ai nostri nonni veniva chiesto di andare al fronte, mentre a noi ci chiedono di starcene comodi sul divano”. Due reazioni opposte che non rendono giustizia della situazione attuale. Da un lato, la metafora della guerra sottolinea la mancanza di libertà, la sensazione di impotenza, il crescente numero di vittime e le difficoltà economiche che molti vivono. Tuttavia, come sottolineano le molte reazioni come quella citata, la guerra è un’altra cosa, anche se non dobbiamo sottovalutare gli effetti dello “starcene sul divano di casa”.

Eppure, la metafora della guerra rassicura, ci permette di paragonare qualcosa di totalmente sconosciuto come questa pandemia, ad un evento che, seppur catastrofico, conosciamo meglio. La familiarità con un evento o con una esperienza, è rassicurante per quanto terribile essa possa essere. Identificare un nemico è molto importante perché sappiamo con chi prendercela, verso chi direzionare la rabbia che nasce quando ci sentiamo impotenti. In una guerra il nemico è ben definito; è colui che non appartiene alla nostra nazione, alla nostra etnia, alla nostra religione, al nostro gruppo. La rabbia, che nasce dalla perdita della libertà e del senso di controllo sulle nostre vite, viene diretta verso un nemico ben identificato. La più grande differenza qui è che il nemico non può essere identificato, non una persona, non un gruppo di persone, e non una nazione nemica. È un virus, e per quante immagini possano rappresentarlo, esso è una sostanza microscopica che non possiamo vedere, non possiamo toccare. Un virus sta causando ad ognuno di noi una perdita, la grandezza della quale dipende dalla distanza che ci separa da esso: chi ne viene in contatto diretto perde la salute, l’autonomia, in alcuni casi la vita; ad altri porta via le persone care, e a molti la propria routine di vita, il lavoro, le certezze, parte della propria libertà di scelta.

In ogni caso il Covid-19 determina una perdita, ed una perdita costituisce sempre un lutto al quale segue un processo di elaborazione e di adattamento. La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross (1969) descrive dettagliatamente le fasi del processo di elaborazione del lutto: (1) La prima reazione di fronte alla privazione della salute, di una persona cara, ma anche della propria routine o libertà, è lo shock, l’incredulità e la negazione di ciò che sta accadendo; (2) poi arriva inevitabilmente la rabbia; (3) cui segue una fase di patteggiamento nella quale si fanno i conti con ciò a cui si rinuncia e ciò che invece si mantiene o si guadagna dell’esperienza di perdita; (4) dopodiché arriva la fase della depressione in cui c’è la consapevolezza di ciò che è stato perduto; (5) infine arriva l’accettazione nella quale “si lascia andare” ciò che si è perduto.

Ognuno vive queste fasi in modo unico, esse possono seguire un ordine diverso, alternarsi e tornare, prima di arrivare alla completa elaborazione. Possiamo riconoscere questo processo a livello personale e sociale rispetto alle perdite vissute all’epoca della pandemia da Covid-19. Infatti, riconosciamo la negazione di quanti inizialmente hanno sottovalutato le conseguenze del virus: ognuno di noi ha detto, oppure ha sentito qualcuno dire: “è solo un influenza”. Credo che questa frase esprima benissimo la negazione e l’incredulità iniziali. Poi è arrivata la rabbia per aver dovuto fare delle rinunce. La perdita è stata determinata da un’entità indefinita, un virus. Ma come si fa a prendersela con un virus intangibile? E allora assistiamo alla creazione di capri espiatori: le persone “che vanno in giro”, i runner, coloro che presumibilmente avrebbero creato questo virus in laboratorio. Chiunque venga individuato come un “untore” o, come il responsabile delle proprie perdite economiche, diventa l’oggetto verso il quale dirigere la propria rabbia. E dopo la rabbia, ha inizio il processo del patteggiamento: riconosciamo ciò che abbiamo perduto e riusciamo a sopportarne la mancanza spostando lo sguardo su ciò che invece abbiamo conservato che, osservato con occhi diversi, acquista molto più valore. Ma non solo, lo sguardo può posarsi su ciò che abbiamo trovato o ritrovato come conseguenza della perdita. Ci si accorge che il tempo non occupato dalle nostre solite abitudini è un tempo recuperato per dedicarsi a sé stessi, a vecchie passioni abbandonate o a nuove scoperte di abilità, creatività, spazi immaginari che ora, grazie al “vuoto”, possono emergere e trovare il loro posto. Un tempo per dedicarsi alle persone care, vicine se vivono con noi, o lontane se possiamo raggiungerle con una telefonata, un messaggio o una video-chiamata. Non dobbiamo però dimenticare che, oltre al patteggiamento, c’è la fase della depressione: il cattivo umore può sorprenderci in qualsiasi momento, si percepisce chiaramente l’assenza di ciò che, prima del Covid-19, riempiva le vite di ciascuno: lavoro, abitudini, contatto con persone care, familiari ed amici, risorse economiche e libertà. La tristezza ed il dolore per ciò che abbiamo perso nella nostra vita fanno parte del processo e ci preparano all’ultima fase, quella dell’accettazione. Durante il periodo dell’accettazione ritroviamo l’intimità con noi stessi; questa intimità ci permette di lasciare andare, con consapevolezza, ciò che abbiamo perduto. Ci permette anche di comunicare con chi abbiamo vicino in un modo più genuino ed intimo. Ad ogni perdita, segue un processo di elaborazione doloroso che ci prepara ad una rinascita. Accettare il cambiamento consente di ritrovarsi in modi e forme nuove che vanno sperimentate con sé stessi e con gli altri. Ora abbiamo la possibilità di sperimentare gli aspetti di noi stessi che stanno nascendo nella nostra intimità, nella nostra “casa” interiore. Arriverà il momento di portare questa “casa” interiore all’esterno, sperimentando così un nuovo modo di entrare il contatto con gli altri e con il mondo attorno a noi.

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La solitudine come sale della vita al tempo del Covid-19

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È passato molto tempo dal mio primo articolo sulla solitudine e molte cose sono cambiate: oggi questa solitudine, per molte persone, non è una scelta. Oggi la solitudine è un obbligo per tutti coloro che non hanno una famiglia di cui prendersi cura e con la quale curarsi nei momenti più difficili. Sicuramente anche la convivenza forzata all’interno delle proprie abitazioni presenta molte difficoltà, ma in questo articolo voglio concentrarmi su coloro che normalmente vivono la propria vita sociale all’esterno della propria casa e che quindi ora se ne trovano completamente sprovvisti.

Questo periodo di isolamento e sacrifici, che siamo tutti tenuti a fare per il bene comune, porta inevitabilmente a fermarsi, a guardarsi dentro, a sentire emozioni dimenticate o da molto tempo fuggite. Porta spesso a ricordare momenti importanti; il passato ha ora la possibilità di tornare scuotendo il nostro corpo attraverso la percezione di sensazioni intense associate a ricordi lontani. Il cuore può tornare a farsi sentire, il corpo a tremare, il petto a sussultare, lo stomaco a contorcersi, gli occhi ad inumidirsi. Proprio attraverso il corpo possiamo rivivere un passato che abbiamo nascosto, come polvere, sotto il tappeto.

Basta una notizia, una delle tante che in questi giorni entrano prepotentemente nelle nostre case, a farci tornare in contatto con la nostra vulnerabilità, con la nostra umanità e con le nostre ferite. Basta un’immagine vista in TV, come tutte quelle immagini potentissime di ospedali, malati, carri militari che trasportano le vittime di questa pandemia, a riportarci immediatamente alla nostra natura mortale e a ricordarci che siamo fatti di carne e sangue. Lo siamo noi, così come lo sono i nostri cari, i quali per molti ora possono essere solo una voce ascoltata attraverso il telefono o un’immagine a due dimensioni in una video-chiamata.

I corpi sono lontani; eppure le immagini che entrano nelle nostre case o che provengono da noi stessi, e che rievocano esperienze di lontananza nel tempo e nello spazio, ci fanno entrare in contatto col nostro stesso corpo, con le nostre sensazioni ed emozioni. L’assenza dei corpi degli altri ci porta ad una presenza più intensa di noi stessi nel qui ed ora. In questo presente si insinuano anche i ricordi dei momenti nei quali ci siamo sentiti vivi attraverso le emozioni esperite nel corpo: gioie e dolori vengono rievocati attraverso vecchie fotografie o la voce di persone che non sentiamo da molto tempo. Sensazioni ed emozioni ci ricordano che siamo esseri umani, che la nostra natura è vulnerabile ma anche ricca di forza vitale. E allora, alzare il tappeto e osservare quella polvere, toccare la cenere rimasta di quelle fiamme che un tempo ardevano intensamente, è un’occasione preziosa in questi momenti di solitudine. Ricordare, con la sua etimologia latina (Re: indietro, e Cor: cuore) ci porta a richiamare nel nostro cuore esperienze passate e a riviverle emozionandoci. Piccoli gesti come pulire e riordinare la casa ci fanno scoprire vecchi oggetti, ognuno dei quali ha una storia legata alla persona che siamo oggi. Possiamo cucinare riscoprendo vecchie ricette che appartenevano a mamme o nonne, e così tornare con il cuore a momenti pregni di calore e affetto. Guardare vecchie foto che ci fanno tornare in compagnia di persone che ora non sono più nella nostra vita ma che hanno contribuito a farci diventare chi siamo oggi. Rivivere momenti di gioia e di dolore con il cuore può conferire al passato un nuovo sapore, un nuovo valore. Abbiamo la possibilità di rinarrare le esperienze alla luce di quello che oggi ci possono far riscoprire di noi stessi.

Questa intimità con sé stessi costituirà le fondamenta su cui ciascuno potrà costruire il proprio futuro e la persona che sarà quando il tempo tornerà a scorrere più velocemente, quando ognuno sarà chiamato a riposizionare i mattoni della sua nuova vita.

I ricordi tuttavia non sono tutti felici ed è per questo che tendiamo a rimuoverli nascondendoli come polvere sotto il tappeto. Eppure, anche i momenti dolorosi sono importanti, a tal proposito scrive lo psicologo analista James Hillman (2013): “Possiamo immaginare le nostre ferite profonde, non semplicemente come ferite da rimarginare, ma come cave di sale dalle quali ricavare un’esperienza preziosa e senza la quale l’anima non può vivere”. Hillman parla di cave di sale e, a tal proposito, cita Cassiodoro: “All’oro si può rinunciare, al sale no”. Il sale è sempre stato essenziale per la sopravvivenza umana, è un elemento tanto comune quanto prezioso. Ha sempre consentito la conservazione del cibo e quindi la sopravvivenza. Il sale si trova fuori ma anche dentro l’essere umano e, come all’esterno consente la vita del corpo, all’interno consente la vita dell’anima, ossia la vita della psiche. Versiamo lacrime salate attraverso le quali l’essenza personale si esprime nel corpo. Anche Papa Francesco, nella santa messa del 29 marzo ci ricorda il valore delle lacrime: “Penso a tanta gente che piange, gente isolata, gente in quarantena, penso agli anziani, soli, alla gente ricoverata e a quella in terapia, a quei genitori che vedono che non c’è più lo stipendio e non ce la faranno a dare da mangiare ai figli. C’è tanta gente che piange. Anche noi nel nostro cuore accompagniamo questo. Non ci farà male piangere con il pianto del Signore”.

Lacrime salate, lacrime amare, che vengono riconosciute come essenziali sia dal papa, che dalla psicologia spirituale dello psicologo americano James Hillman, hanno il potere di avvicinarci a noi stessi e alla comunità umana intera attraverso l’empatia. Queste lacrime si asciugheranno, così come il dolore che viviamo in questi giorni, e ciò che rimarrà sarà il sale della vita che ci guiderà nella costruzione di esistenze più consapevoli e coerenti con l’essenza vitale di ognuno.

Anche il regista Wim Wenders, nel suo documentario “Il Sale della Terra” (2014) in cui racconta la vita del fotografo Sebastião Salgado,  ci ricorda che, nonostante tutte le tragedie che da sempre costellano l’esistenza umana, come genocidi, migrazioni e sfruttamento, la gente rimane il sale della terra, e che, attraverso un viaggio dantesco nella profondità della disperazione, si può arrivare alla rinascita, alla genesi come riavvicinamento alla natura del nostro pianeta e di noi stessi.