covid-19, disagio psicologico, Psicologia

Tollerare l’incertezza per liberare la creatività

Tra le conseguenze del periodo che stiamo vivendo, oltre agli aspetti socio-economici, si parla sempre più spesso degli effetti psicologici della quarantena. Ognuno ha vissuto, e vive tuttora, stati emotivi intensi dovuti all’interruzione delle abitudini di vita che costituivano una stabilità psicologica, sociale ed economica. L’isolamento, la perdita della libertà di movimento, la paura del contagio hanno contribuito all’irruzione di emozioni quali l’incredulità e la negazione iniziali, lo smarrimento, la paura e l’ansia che talvolta si è trasformata in angoscia. Ma anche umore depresso e/o iperattività, difficoltà nel rilassarsi, nel concentrarsi, disturbi del sonno. Di fronte ad un’emergenza sono emerse le reazioni primordiali di difesa che, al cospetto del pericolo, emergono attraverso un’attivazione del sistema nervoso simpatico che ci rende pronti all’attacco o alla fuga. Tuttavia, se prolungate nel tempo, ed in assenza di un pericolo visibile ed affrontabile, quest’attivazione diventa nociva in quanto sottopone l’organismo ad uno stress continuativo e non utile ai fini dell’adattamento. Tutti questi sintomi hanno caratterizzato il periodo di quarantena forzata e ancora oggi, con l’iniziale recupero delle libertà, spesso non ci abbandonano. Talvolta diventano addirittura più intensi in quanto ci troviamo di fronte ad un mondo totalmente nuovo rispetto a quello che abbiamo salutato quando abbiamo dovuto chiuderci ad esso.

Nelle fasi più critiche dell’emergenza, l’attenzione è rivolta verso un nemico comune, in questo caso il Coronavirus. Sconfiggere il nemico è diventato lo scopo che ha riempito le vite di tutti, e che ha reso accettabile il periodo di quarantena. E’ servito, in quel momento, ad allontanarci dall’incertezza e dal nemico interno. Al tempo della vita precedente al Covid-19, spesso questo nemico interno, costituito da particolari fragilità, tematiche personali e relazionali e schemi ricorrenti, che ognuno può individuare nella propria vita come fonti di sofferenza, erano spesso tenuti a bada da equilibri costruiti sulla base di forme di controllo più o meno funzionali. Tale strategie però ora non tengono più, bisogna crearne di nuove. Mentre è relativamente semplice trovare soluzioni o seguire istruzioni per debellare un nemico esterno, è più difficile creare un nuovo assetto interno, soprattutto quando tutti i punti di riferimento e la routine che un tempo dava sicurezza, non ci sono più. Allora bisogna imparare a tollerare l’incertezza e la mancanza di controllo; saper rimanere nel dubbio, accettare umilmente di non conoscere cosa accadrà, accettare gli imprevisti, consente di aprirsi alla creatività e costruire una nuova strada diretta verso nuovi obiettivi. Questa è una strada che va costruita passo dopo passo, mattone dopo mattone. Siamo costretti a navigare a vista e, mai come ora, è necessario essere in contatto con bisogni e desideri profondi per creare una nuova stabilità, una stabilità che sia basata su necessità autentiche di cui spesso ci siamo dimenticati quando il nostro sguardo rimaneva fisso su biettivi, spesso fittizi, derivati dalla ricerca di un equilibrio statico e rassicurante, ma che spesso non rendeva giustizia all’unicità ed alla realizzazione profonda di ognuno. Ora che non ci sono rassicurazioni dettate da routine prestabilite, abbiamo la possibilità di creare, passo dopo passo, una nuova storia personale e collettiva.

Tollerare l’incertezza, l’ambiguità che stiamo vivendo è un’abilità che permette di conservare una visione aperta su se stessi e sul mondo. Tuttavia, l’incertezza è qualcosa che la nostra cultura, specialmente negli ultimi secoli, ha profondamente avversato. Siamo immersi in una civiltà che, sia a livello collettivo che a livello individuale, tende al controllo ed alla minimizzazione dell’incertezza. Il fine del progresso scientifico è proprio quello di diminuire l’effetto del caso controllando più variabili possibili. Ci affidiamo alla tecnologia per fare previsioni e trovare certezze rispetto alle possibili conseguenze di azioni e comportamenti. Abbiamo sviluppato teorie economiche che prevedono l’andamento dei mercati. Per cui tollerare dubbi, incertezze, accettare di non sapere cause e conseguenze di ciò che sta accadendo è un atto estremamente difficile e controcorrente; eppure tale posizione ci offre la possibilità di ascoltare ed essere testimoni di ciò che accade attorno e dentro di noi senza dover, a tutti i costi, trovare un nemico contro cui combattere. La ricerca di un nemico con funzioni di capro espiatorio serve ad attribuire la responsabilità di ciò che sta accadendo, e che non possiamo controllare, a qualcun’altro. Ciò permette di allontanarsi dalla intollerabile sensazione di impotenza. A livello collettivo la responsabilità può essere attribuita ai governi o ai presunti untori, nascono così molte teorie cospirazioniste. Non sto mettendo in discussione la verità di una teoria piuttosto che di un’altra, ma parlo del meccanismo sottostante che spinge a trovare qualcuno o qualcosa cui attribuire la responsabilità di ciò che non possiamo controllare; questo ha una funzione rassicurante. Lo stesso accade a livello personale quando attribuiamo all’altro, a ciò che è esterno a noi, la responsabilità della nostra sofferenza. Ciò ci impedisce di assumere la responsabilità delle scelte della propria vita. Invece, accettare di non avere certezze, perché non possiamo sapere ciò che sta accadendo e cosa succederà, permette di trovare nuovi e più funzionali modi di vivere, sia a livello sociale che personale. L’incertezza riguarda la scienza, la tecnologia, la medicina, la politica, l’economia, insomma l’incertezza riguarda la vita. L’assenza di certezze riguarda ad esempio anche i numeri dei contagi i quali non possono essere mai completamente attendibili, a causa dall’esistenza delle persone asintomatiche. La possibilità di errore non può essere mai totalmente eliminata dal progresso.

Tollerare l’incertezza a livello personale, interno ed emotivo permette di ascoltare ed essere testimoni di ciò che accade dentro di noi per essere aperti alla costruzione di un’esistenza più coerente con i probi bisogni, talenti, inclinazioni personali e necessità. Significa tornare ad ascoltare una voce interna che, probabilmente la costante ricerca di controllo e sicurezza avevano sopraffatto, non permettendole di esprimersi. Tuttavia, in questo momento di riapertura e riconquista delle libertà, l’incertezza e l’assenza di punti di riferimento, possono portare a provare emozioni spiacevoli quali paura, ansia e depressione. L’incertezza sociale ed economica, la perdita in molti casi della stabilità affettiva e lavorativa, tendono ad esacerbare ed amplificare condizioni e difficoltà preesistenti l’epidemia da Covid-19. Tollerare l’incertezza non è un fine semplice da raggiungere ma è estremamente efficace per affrontare creativamente le difficoltà emotive, affettive e relazionali che ciclicamente riemergono nella vita di ognuno, chiedendoci di essere viste ed attraversate, per permetterci di vivere una vita completa ed autentica.

Ognuno è chiamato a trovare un senso personale alla sospensione che sta vivendo nel mondo. Allo stesso tempo, il mondo è chiamato a trovare un senso collettivo al fallimento del proprio controllo sulla natura. La pandemia e le sue conseguenze, come l’interruzione di una “normalità” prima data per scontata, l’interruzione di qualsiasi attività sociale, il distanziamento e l’isolamento, richiede che un nuovo ordine personale, sociale e mondiale venga stabilito, in maniera consapevole, tenendo conto di obiettivi prioritari nella vita personale ed in quella collettiva. Il Coronavirus ci ha dimostrato che è possibile perseguire finalità comuni quando ci sono valori condivisi. In questo periodo di passaggio tra un “vecchio” ed un “nuovo ordine”, siamo chiamati a riflettere su noi stessi, ad ascoltarci, a fare scelte consapevoli e difficili assumendoci la responsabilità della nostra vita. Un tempo che richiama ai riti di passaggio, ormai sempre più desueti, ma fondamentali a livello culturale per consentire l’elaborazione e l’impegno verso un nuovo stadio della vita. Si trovano ad esempio nella transizione dall’infanzia alla vita adulta, dalla vita da single alla vita di coppia ed a quella familiare, dallo studio alla vita lavorativa. Oggi questo passaggio, dovuto al Coronavirus, ci chiede di elevarci ad una vita autentica, rispettosa di noi stessi e degli altri, del microcosmo che ci rappresenta e del macrocosmo di cui facciamo parte.

covid-19, Psicologia, psicosomatica

La necessità del sintomo

Ogni sintomo è un messaggio di noi stessi in quanto corpo animato e vitale e, come tale, ha un suo significato, necessario ed essenziale, che va ascoltato e seguito nel percorso che esso indica. Questa visione è condivisa sia dalla medicina psicosomatica che dalla psicoterapia. Per comprendere il messaggio del sintomo ci dobbiamo allontanare da una visione medica dissociativa dell’essere umano, la quale tratta la patologia ed il sintomo, e non l’essere umano nella sua totalità; essa prende le mosse dalla concezione cartesiana della scissione tra mente, o realtà psichica, “Res cogitans” e corpo, o realtà materiale, “Res extensa“. Per comprendere la funzione del sintomo dobbiamo tornare alla visione unitaria dell’essere umano, ma non solo dell’essere umano come individuo, dobbiamo tornare ad una visione olistica dell’uomo in relazione con l’altro, con l’ambiente, con l’universo. Le recenti scoperte della meccanica quantistica ci costringono ad allontanarci da una visione antropocentrica per riscoprire l’essenziale legame tra soggetto osservatore ed oggetto osservato e, andando oltre, dobbiamo chiederci chi davvero sia il soggetto e chi l’oggetto. Perché anche elevarsi a rango di soggetto che osserva un mondo che chiamiamo oggetto, evidenzia la visione antropocentrica rispetto al mondo circostante, ed egocentrica rispetto all’altro, sia esso essere umano, animale, vegetale o materia così detta “inanimata”. Occorre recuperare uno sguardo dimenticato, seppur sempre presente dentro di noi, che consenta di cogliere la relazione tra tutto l’esistente. Solo così è possibile recuperare il sintomo come portatore di un messaggio, come elemento da ascoltare più che come disturbo da eliminare. In ambito psicopatologico il sintomo va ascoltato, va interrogato perché esso è il portatore della saggezza del Sé, il quale denuncia, nell’esistenza di ciascuno, che qualcosa deve essere cambiato, che vanno fatte delle scelte; la propria essenza va ascoltata per tornare a vivere in armonia con essa. Il sintomo, come il dolore, è un campanello d’allarme, funzionale per potersi allontanare o per imparare ad interagire in maniera adattiva in ambienti e/o in relazioni distruttive. Allora ecco che l’ansia, la depressione, gli attacchi di panico, i pensieri intrusivi ecc. ci dicono che qualcosa, nella propria esistenza, non è più funzionale al compimento dell’esistenza unica e irripetibile di se stessi. Ecco che un mal di stomaco può significare che siamo immersi in situazioni o relazioni che non sono “digeribili”, una tensione sulle spalle ci indica che stiamo portando un peso troppo grande che dobbiamo rendere più leggero, un cefalea ricorrente ci dice che probabilmente è necessario “svuotare” la testa da pensieri e situazioni troppo invadenti.

In questa ottica olistica che include l’essere umano, il mondo e l’universo intero, dobbiamo interrogarci sul senso dell’irruzione del Coronavirus e dei suoi sintomi espressi attraverso la patologia che produce, moltiplicandosi nel nostro corpo, il Covid19. A livello globale stiamo assistendo ad un blocco delle attività, ad un periodo di stasi obbligata che ha consentito la riduzione dello sfruttamento ambientale, dell’inquinamento, del buco dell’ozono. Natura che riprende i propri spazi troppe volte occupati in maniera parassitaria dallo sfruttamento umano. Il Covid19 impedisce alle persone di respirare e allo stesso tempo permette al pianeta di ricominciare a farlo. Permette all’aria di depurarsi, perché essa torni ad essere preziosa e pura per le creature viventi. Ci ricorda che non siamo onnipotenti, che viviamo nell’illusione di poter controllare le nostre vite, il nostro ambiente, persino la morte. Morte di cui non si parla più, se non adesso, che le vittime di questa pandemia sono visibili a tutti. Eppure la morte, la finitezza umana, il limite cui siamo sottoposti dalla natura, l’incertezza della vita è sempre stata presente. Anche il lutto è stato classificato come una patologia dalla necessità sempre più controllante di una visione psicopatologica che vuole classificare e categorizzare il dolore e la perdita.

Questa pandemia ci costringe a chiederci cosa stiamo perdendo attraverso il controllo e la pianificazione ossessiva delle nostre vite. Non stiamo forse perdendo la nostra capacità di adattarci, di relazionarci, di tollerare l’incertezza, di vivere pienamente la nostra umanità? Stiamo perdendo la capacità umana di immaginare. Non potremo tornare alle nostre vite di prima, dobbiamo accettare che è nella nostra natura essere vulnerabili, mortali. Dobbiamo trovare nuove modalità di relazionarci con il mondo, modalità che non siano più un rapporto tra soggetto e oggetto, ma tra soggetto e soggetto; dobbiamo ascoltare, sentire i messaggi che arrivano dalla nostra essenza e dall’essenza del mondo. Inventare, creare, immaginare nuovi modi di vivere, non più confinati nel recinto di ciò che conosciamo, di ciò che tocchiamo. Dobbiamo ritrovare il piacere della scoperta, dell’incertezza, della creatività nel rispetto etico dei nostri limiti. Se vogliamo respirare dobbiamo permettere al mondo intero di farlo. Il respiro è vita, è relazione tra il dentro e il fuori; attraverso l’aria che entra ed esce entriamo in contatto con il mondo. Abbiamo bisogno del mondo per respirare e per vivere, da esso prendiamo energia, forza vitale. Allora forse il Covid19 ci sta dicendo che dobbiamo tornare a rispettare un’elemento invisibile ed intangibile ma essenziale per la nostra esistenza. Ci dice che il materialismo, il consumismo, il cieco sfruttamento ci stanno facendo perdere il contatto con tutto l’essenziale che, come l’aria, non possiamo vedere ma solo sentire. Adesso l’invisibile, come il Coronavirus, sta facendo sentire i suoi effetti come mai prima nelle vite di tutti noi. La natura sta urlando per farsi sentire attraverso un virus invisibile all’occhio umano. E allora, così come i sintomi individuali ci permettono di entrare in contatto, se li ascoltiamo invece di volerli solamente silenziare, con la nostra essenza vitale, questo sintomo collettivo ci costringe a fermarci, ed interrogarci sul senso di ciò che sta accadendo all’uomo in rapporto con il mondo. Dobbiamo recuperare il respiro collettivo, il soffio vitale che anima il mondo per non distruggerci, per non distruggere l’ambiente che ci dona la vita. Siamo tutti chiamati ad immaginare e trovare creativamente modalità nuove di condurre una vita, eticamente fondata, in armonia ed equilibrio con la soggettività della natura interna ed esterna a noi stessi.