covid-19, Psicologia, psicosomatica

La necessità del sintomo

Ogni sintomo è un messaggio di noi stessi in quanto corpo animato e vitale e, come tale, ha un suo significato, necessario ed essenziale, che va ascoltato e seguito nel percorso che esso indica. Questa visione è condivisa sia dalla medicina psicosomatica che dalla psicoterapia. Per comprendere il messaggio del sintomo ci dobbiamo allontanare da una visione medica dissociativa dell’essere umano, la quale tratta la patologia ed il sintomo, e non l’essere umano nella sua totalità; essa prende le mosse dalla concezione cartesiana della scissione tra mente, o realtà psichica, “Res cogitans” e corpo, o realtà materiale, “Res extensa“. Per comprendere la funzione del sintomo dobbiamo tornare alla visione unitaria dell’essere umano, ma non solo dell’essere umano come individuo, dobbiamo tornare ad una visione olistica dell’uomo in relazione con l’altro, con l’ambiente, con l’universo. Le recenti scoperte della meccanica quantistica ci costringono ad allontanarci da una visione antropocentrica per riscoprire l’essenziale legame tra soggetto osservatore ed oggetto osservato e, andando oltre, dobbiamo chiederci chi davvero sia il soggetto e chi l’oggetto. Perché anche elevarsi a rango di soggetto che osserva un mondo che chiamiamo oggetto, evidenzia la visione antropocentrica rispetto al mondo circostante, ed egocentrica rispetto all’altro, sia esso essere umano, animale, vegetale o materia così detta “inanimata”. Occorre recuperare uno sguardo dimenticato, seppur sempre presente dentro di noi, che consenta di cogliere la relazione tra tutto l’esistente. Solo così è possibile recuperare il sintomo come portatore di un messaggio, come elemento da ascoltare più che come disturbo da eliminare. In ambito psicopatologico il sintomo va ascoltato, va interrogato perché esso è il portatore della saggezza del Sé, il quale denuncia, nell’esistenza di ciascuno, che qualcosa deve essere cambiato, che vanno fatte delle scelte; la propria essenza va ascoltata per tornare a vivere in armonia con essa. Il sintomo, come il dolore, è un campanello d’allarme, funzionale per potersi allontanare o per imparare ad interagire in maniera adattiva in ambienti e/o in relazioni distruttive. Allora ecco che l’ansia, la depressione, gli attacchi di panico, i pensieri intrusivi ecc. ci dicono che qualcosa, nella propria esistenza, non è più funzionale al compimento dell’esistenza unica e irripetibile di se stessi. Ecco che un mal di stomaco può significare che siamo immersi in situazioni o relazioni che non sono “digeribili”, una tensione sulle spalle ci indica che stiamo portando un peso troppo grande che dobbiamo rendere più leggero, un cefalea ricorrente ci dice che probabilmente è necessario “svuotare” la testa da pensieri e situazioni troppo invadenti.

In questa ottica olistica che include l’essere umano, il mondo e l’universo intero, dobbiamo interrogarci sul senso dell’irruzione del Coronavirus e dei suoi sintomi espressi attraverso la patologia che produce, moltiplicandosi nel nostro corpo, il Covid19. A livello globale stiamo assistendo ad un blocco delle attività, ad un periodo di stasi obbligata che ha consentito la riduzione dello sfruttamento ambientale, dell’inquinamento, del buco dell’ozono. Natura che riprende i propri spazi troppe volte occupati in maniera parassitaria dallo sfruttamento umano. Il Covid19 impedisce alle persone di respirare e allo stesso tempo permette al pianeta di ricominciare a farlo. Permette all’aria di depurarsi, perché essa torni ad essere preziosa e pura per le creature viventi. Ci ricorda che non siamo onnipotenti, che viviamo nell’illusione di poter controllare le nostre vite, il nostro ambiente, persino la morte. Morte di cui non si parla più, se non adesso, che le vittime di questa pandemia sono visibili a tutti. Eppure la morte, la finitezza umana, il limite cui siamo sottoposti dalla natura, l’incertezza della vita è sempre stata presente. Anche il lutto è stato classificato come una patologia dalla necessità sempre più controllante di una visione psicopatologica che vuole classificare e categorizzare il dolore e la perdita.

Questa pandemia ci costringe a chiederci cosa stiamo perdendo attraverso il controllo e la pianificazione ossessiva delle nostre vite. Non stiamo forse perdendo la nostra capacità di adattarci, di relazionarci, di tollerare l’incertezza, di vivere pienamente la nostra umanità? Stiamo perdendo la capacità umana di immaginare. Non potremo tornare alle nostre vite di prima, dobbiamo accettare che è nella nostra natura essere vulnerabili, mortali. Dobbiamo trovare nuove modalità di relazionarci con il mondo, modalità che non siano più un rapporto tra soggetto e oggetto, ma tra soggetto e soggetto; dobbiamo ascoltare, sentire i messaggi che arrivano dalla nostra essenza e dall’essenza del mondo. Inventare, creare, immaginare nuovi modi di vivere, non più confinati nel recinto di ciò che conosciamo, di ciò che tocchiamo. Dobbiamo ritrovare il piacere della scoperta, dell’incertezza, della creatività nel rispetto etico dei nostri limiti. Se vogliamo respirare dobbiamo permettere al mondo intero di farlo. Il respiro è vita, è relazione tra il dentro e il fuori; attraverso l’aria che entra ed esce entriamo in contatto con il mondo. Abbiamo bisogno del mondo per respirare e per vivere, da esso prendiamo energia, forza vitale. Allora forse il Covid19 ci sta dicendo che dobbiamo tornare a rispettare un’elemento invisibile ed intangibile ma essenziale per la nostra esistenza. Ci dice che il materialismo, il consumismo, il cieco sfruttamento ci stanno facendo perdere il contatto con tutto l’essenziale che, come l’aria, non possiamo vedere ma solo sentire. Adesso l’invisibile, come il Coronavirus, sta facendo sentire i suoi effetti come mai prima nelle vite di tutti noi. La natura sta urlando per farsi sentire attraverso un virus invisibile all’occhio umano. E allora, così come i sintomi individuali ci permettono di entrare in contatto, se li ascoltiamo invece di volerli solamente silenziare, con la nostra essenza vitale, questo sintomo collettivo ci costringe a fermarci, ed interrogarci sul senso di ciò che sta accadendo all’uomo in rapporto con il mondo. Dobbiamo recuperare il respiro collettivo, il soffio vitale che anima il mondo per non distruggerci, per non distruggere l’ambiente che ci dona la vita. Siamo tutti chiamati ad immaginare e trovare creativamente modalità nuove di condurre una vita, eticamente fondata, in armonia ed equilibrio con la soggettività della natura interna ed esterna a noi stessi.